|
Viaggi
in camper Primavera 2002 Viaggio in Calabria Voltri – Reggio Calabria
e ritorno Con soste a: Lido di Latina,
Pompei (scavi di
Pompei, Sorrento, Capri, scavi di Ercolano, Reggia di Caserta,
Napoli), Paestum, Scalea, San Giorgio Morgeto, Santa Marina,
Tropea, Reggio Calabria, Isola CapoRizzuto, Matera, Giovinazzo,
Porto San Elpidio, Assisi, Castiglione del Lago, Pisa. Voltri. Partenza
mercoledì 29 maggio 2002 Rientro
mercoledì 12 giugno. Chilometri totali 3024.
Problemi
riscontrati: difficoltà nella ricerca dei campeggi, quasi
tutti
chiusi. La
guida dei campeggi, De Agostini, segnala spesso in modo errato. Indice Si parte da
Voltri per questo importante
viaggio il giorno mercoledì 29 maggio del 2002. è
un viaggio importante perché faremo
più di tremila chilometri e attraverseremo tutto lo stivale,
facendo anche parecchie puntate all’interno. E poi si
è deciso
di fare un salto al mio paese natale: una cosa che avevo in testa
da tanto tempo e che rimandavo sempre. Si parte col
solito equipaggio: io e la Lia,
e il Riviera 160, naturalmente. Questa volta manca la gattina
Dasy, rimasta a casa sotto le cure assidue di nostra figlia. Autostrada
fino a Rossignano, poi
superstrada e statale. E così attraversiamo gli scarni e
mutevoli paesaggi toscani sotto un sole primaverile ma tuttavia
caldissimo. Sosta per il
pranzo e poi si riparte fino a: dove arriviamo
alle 19,00. Tanti campeggi ma
tutti chiusi, uno aperto è pieno! Fuori stagione
è pieno:
stentiamo a crederci ma è così, è
pieno di stanziali,
naturalmente. Alla fine troviamo un posto al Camping
Tirreno,
poco lontano, ma c’è voluta tutta
perché anche questo era
pieno zeppo, sempre di stanziali, ovviamente Durante la
solita passeggiata dopo cena,
notiamo che hanno costruito fin sul litorale, tanto che la strada
è strettissima. è
difficile trovare un parcheggio libero adesso,
a maggio, figuriamoci d’estate! Partenza per
Napoli l’indomani giovedì 30.
Il tragitto
sulla litoranea o comunque
sempre sulla statale, ci consente di vedere cose notevoli, dal
punto di vista ambientale, al Circeo; poi ci appare Terracina e
le sue straordinarie formazioni rocciose che caratterizzano le
montagne circostanti. Dalla
via Domitiana, nei pressi di Gaeta Nel tratto
verso Gaeta la collina, qua e là
coperta di pini d’Aleppo, lecci e altre piante della macchia
mediterranea, scende a precipizio su un mare azzurro e limpido
che è un piacere per gli occhi. La strada avanza a fatica
nei
fianchi della montagna, tra tornanti stretti e gallerie che
sbucano all’improvviso su panorami fantastici. La Lia fa foto
e
riprese tv, ma dove è possibile ci fermiamo per guardare,
soprattutto e godere di tanta bellezza. Avvicinandoci
a Napoli cerchiamo di
indovinare l’uscita dalla tangenziale per andare verso un
campeggio di Pozzuoli che avevamo annotato, ma visto che ci
andavamo smarrendo nella città, ci siamo precipitati
indietro
per andare verso Pompei, che era l’altro luogo dove avevamo
previsto una sosta di qualche giorno e da cui fare poi puntate
nei dintorni. è
raggiunta alle 14. Dopo
un pranzo ben
gustato e un riposino di cinque minuti si va subito in visita a: Pompei
scavi Pompei
Scavi. è
la nostra giornata
fortunata perché è tutto gratis: è
l’ultimo giorno della
settimana dei beni culturali. Da molti anni
non vedevamo più la città
sommersa dalla terribile eruzione del Vesuvio; l’impressione
è
grande, perché la tragedia che ha colpito quelle popolazioni
quasi 2 mila anni fa, ti permette di entrare nella realtà
quotidiana di un tempo così lontano, con le botteghe, le
merci,
i recipienti, le giare, e anche i luoghi dove si faceva sesso,
naturalmente con le immagini e i
dipinti di soggetti in pose
propiziatrici dell’amore, che era tenuto in gran conto dai
romani ed era tutt’altro che inteso solo come atto per
procreare la prole. La tragedia
è immanente nei muri e nelle
cose, ma diventa palpabile quando si vedono i calchi delle
persone sorprese dalla morte mentre cercano di fuggire, così
come il cane che tenta invano di liberarsi dalla catena. Venerdì
31 maggio, in mattinata si va in
visita a: Sorrento:
uno scorcio visto dal porto. A
Capri c’è anche la villa di Curzio
Malaparte, scrittore tanto osannato in vita quanto dimenticato in
morte. Comunque
è da annotare che non resistette
al fascino della celebre isola nemmeno Lenin. Ercolano Scavi, ci
accoglie nel pomeriggio. Se agli scavi di
Pompei non abbiamo
pagato nulla in compenso la Sovrintendenza si è rifatta qui,
dove il biglietto è costato 10 Euro, cioè 20 mila
lire, a testa.
Comunque ne
è valsa la pena perché, anche
se il sito scavato è piccolissimo rispetto a Pompei, le case
sono meglio conservate, molte sono intatte, con affreschi ben
conservati; ci sono anche porticati, logge perfettamente integri.
Sulla guida c’è scritto che questo è
dovuto al particolare
tipo di lava, che ha sommerso Ercolano. Per sabato 1
giugno si va alla: Una cosa
grandiosa, nel senso che non
finisce più, infatti è dotata di ben 1200 camere,
mentre il
parco-giardino è lungo tre chilometri. L’opera
è stata
ordinata da Carlo di
Borbone a Luigi Vanvitelli nel 1752 e
ultimata dal figlio di quest’ultimo, Carlo. Naturalmente,
dell’enorme costruzione,
abbiamo visitato ciò che era visitabile, aperto al pubblico.
La
visita, comunque, prende tutta la giornata. Noi abbiamo mangiato
al sacco, in un angolo di giardino, appositamente attrezzato per
il riposo e il pic-nic. Nel palazzo
ci sono quadri notevoli, come in
tutti i luoghi importanti del nostro paese; ci sono affreschi di
artisti famosi, però sono belli anche i disegni sul
pavimento
che è fatto, in gran parte, di finto marmo. La creazione di
marmi artificiali era
già fiorente presso Roma antica. Non ci
dilunghiamo sulla visita, diciamo solo che vale la pena. Dopo la
visita al palazzo, iniziata in
mattinata, siamo andati nell’area pic-nic a consumare un
pranzo
frugale a base di uova bollite, di cui io vado matto in viaggio,
di prosciutto ed altri salumi squisiti (e si, in viaggio ci
concediamo qualche fuga dalla dieta quotidiana!). Reggia
si Caserta: giardini
e, sullo sfondo, il palazzo reale Nonostante
siamo a maggio, fa caldo e ci
preoccupano i tre chilometri del giardino, completamente scoperti;
comunque dopo un breve riposo ci avviamo. Il parco ha al centro
le fontane e le vasche con i giochi d’acqua (che noi non
abbiamo visto perché bisogna andare di sera nelle apposite
giornate), poi ai lati ci sono prati per tutta la lunghezza con
in mezzo la strada, percorsa da carrozze di visitatori, più
furbi o forse più danarosi di noi, che si visitano i
giardini
con poca fatica (ma dico io, non bisogna approfittare di ogni
occasione per fare movimento?). La strada
è in leggera salita ma il sole
bersaglia le nostre teste, fa caldo e si suda. Dopo le prime
centinaia di metri ci accorgiamo che esiste una strada sotto gli
alberi che accompagnano i prati per tutta la lunghezza delle
vasche e delle fontane, così si passa all’ombra ma
da lì non
si vedono bene le fontane con i numerosi gruppi marmorei. Per cui,
quando siamo all’altezza di una nuova fontana, usciamo allo
scoperto, ci avviciniamo, osserviamo, facciamo foto e riprese
varie e poi si rientra nel sentiero sotto gli alberi: abbiamo
visto fare così a molti di quelli che vanno a piedi Raggiungiamo
la vetta, il culmine dei
giardini e possiamo goderci il panorama fino alla Reggia, che
sembra lontanissima. Dopo qualche minuto di riposo all’ombra,
riprendiamo la via del ritorno che è più agevole
naturalmente
dell’andata, essendo in discesa. E anche qui possiamo dire di
avere visto una delle tante meraviglie del nostro paese.
Ovviamente non ci abbandoniamo in descrizioni che non
chiarirebbero nulla e sarebbero solo lungaggini inutili. Andate a
vedere! Domenica 2 si
va a: Non ce la
siam sentita di partire
senza
rivedere Napoli, e non perché fossimo suggestionati dalle
numerose canzoni partenopee impregnate dello spirito della
nostalgia del ritorno, noi abbiamo voluto semplicemente rivedere
la grande metropoli del sud, dopo tanti anni di assenza. Come per
ogni spostamento, da quando siamo arrivati a Pompei, abbiamo
preso la Circumvesuviana, una linea di trenini locali molto
funzionale che in poco tempo ti porta sia verso i paesi della
costiera che verso i centri attorno al Vesuvio.
A scopo
preventivo, siamo stati avvertiti da un poliziotto in borghese di
non esporre sul corpo gioielli, arrivando alla stazione di Napoli
Piazza Garibaldi: la Lia non se l’è fatto dire due
volte e si
è tolta immediatamente la collana che aveva al collo. Napoli:
via Caracciolo Naturalmente,
è preferibile la prevenzione,
nel senso di fare la gente più guardinga, al fattaccio e
abbiamo
notato poi in stazione cartelli dove si leggeva: “Attenti al
portafoglio!”, dovrebbero scriverlo in ogni stazione! Comunque,
anche tra la gente, abbiamo
incontrato tanta cortesia tra i napoletani. La nostra
visita a Napoli si è esaurita con
una puntata in Via Caracciolo, zona assai tranquilla, dove la
gente passeggia ed esprime nei discorsi, nelle battute e nella
lingua la napoletanetà così cara al visitatore e
sembrava di
dover vedere da un momento all’altro il volto scarno, senza
età, del grande Eduardo o magari il viso rotondo e serioso
di
Gragnaniello. Lunedì
3, partenza verso: Saltiamo
Amalfi e la Costiera amalfitana. La
Lia ci teneva a vedere questi luoghi e anch’io, per la
verità,
ma il ragazzo del campeggio, a Pompei, ci ha detto che la
Costiera era chiusa ai camper e allora, a malincuore abbiamo
rinunciato perché andarci con la corriera significava
impegnare
un altro giorno. Comunque
siamo giunti a Paestum, con qualche
difficoltà finale per una segnaletica carente e
cervellotica,
che proprio quando eravamo giunti, con una freccia male
indirizzata ci mandava oltre. Naturalmente noi chiediamo sempre
quando siamo in dubbio e meno male! Paestum Lo spettacolo
che si apre davanti ai nostri
occhi però ci ripaga di ogni difficoltà. I Templi
sono distesi
in una piana in mezzo all’erba falciata di fesco: il loro
aspetto dà un’idea di potenza e, allo stesso
tempo, di serena
tranquillità, come i Bronzi di Riace che vedremo dopo, a
Reggio. Nonostante la
bassa stagione, siamo agli
inizi di giugno, c’è parecchia gente, straniera
soprattutto,
ma anche gli italiani sono presenti con qualche gruppo. Si pranza e
si parte passando per il Cilento
che si rivela una scelta molto faticosa per la strada fatta di
continui sali-scendi: si sale sui monti e poi si scende giù
per
strade strette. Non si incontra quasi nessuno e meno male
perché
se avessimo incontrato altri camper o camion in certi punti
sarebbe stato un problema. C’è
natura che sa di collina abbandonata
dall’uomo perché si intravedono boschi in
formazione. Comunque
la strada passa sempre lontano dalla costa che noi invece
speravamo di vedere anche se a una certa distanza. Intravediamo
solo Capo Palinuro, dove si notano attrezzature turistiche in
gran numero, forse troppe. Ampi
panorami nei pressi di
Sapri Usciti dal
Cilento, incontriamo Sapri e
Maratea, ci rilassiamo finalmente e godiamo di bellissimi scorci
sul mare. Dintorni
di Maratea Sosta
tecnica a: Scalea,
dove si dorme in un bel campeggio sul mare, ben ombreggiato. Martedì
4 si parte, ci attende San Giorgio Morgeto,
nel
Parco dell’Aspromonte. Scegliamo
ancora la statale ma questa volta
non è stata un’idea felice: sarebbe stato meglio
prendere la
famigerata Salerno-Reggio Calabria pur di saltare Vibo Valentia,
che si trova in cima a una montagna tutta da scalare col camper e
soprattutto con grossi camion stracarichi che ci obbligano ad
usare addirittura la prima marcia. Questo pezzo di viaggio è
allucinante e dura
parecchio per via della bassissima velocità;
e meno male che il Riviera va senza che l’acqua si
surriscaldi.
Dall’alto
si intravede Tropea, la perla
della Calabria, ma anch’essa di difficile raggiungimento,
come
vedremo poi. Notiamo che tanti paesi che sulla Cartina sono sul
mare, nella realtà sono sui monti. Comunque
superata Vibo si va più spediti,
ma c’è voluta buona parte della mattinata per fare
pochi
chilometri. Incontriamo
Rosarno, Gioia Tauro (il più
grande porto containers del Mediterraneo), Taurianova, Cittanova
(dove si cucina il pescestocco) e attorno ci sono Polistena,
Cinquefrondi. Molti di questi paesi me li ricordo da sempre,
qualcuno l’avevo visitato ma ricordo poco. Noi comunque da
Cittanova si cerca la scorciatoia per San Giorgio Morgeto.
Ovunque si incontrano uliveti e vigneti ma sono di più i
primi;
uno di questi è addirittura centenario a giudicare dai
tronchi e
proprio all’ombra di queste piante secolari ci fermiamo a
pranzare. In effetti gli ulivi che abbiamo sul fianco destro,
accanto allo slargo dove ci siamo fermati, se dovessimo fare il
paragone con le piante millenarie di Pont du Gard, dovremmo dire
che queste non sono da meno come età, a giudicare dalla
circonferenza del tronco; forse la differenza sta nel fatto che a
Pont du Gard c’è un cippo che racconta
l’origine delle tre
piante e l’anno di nascita, il 989, mentre qui non
c’è
scritto niente e non vediamo nessuno per chiedere informazioni,
né nell’uliveto né sulla strada. Si parte e
dopo poco San Giorgio ci appare
disteso sui fianchi e sulla sommità della collina, ci siamo,
insomma, ma ci assale un piccolo dubbio: persino nelle cartoline
il paese è sormontato dal castello saraceno, detto, appunto,
Castello Morgezio, che appare il punto più alto del paese.
Ora
si vedono degli alberi, un bosco, anzi; ma la scritta sulla
deviazione non lascia dubbi: apprenderemo poco dopo che il
castello è schermato alla vista dagli alberi e con tutto
l’amore
per la natura, che pure abbiamo io e la Lia, diciamo che è
un
peccato che il maniero, sia pure in rovina, non si veda più:
ci
sono un sacco di leggende legate a quelle mura sbrecciate. Sono
storie di tesori e di tragedie che io, una volta, ascoltavo
raccontare dai più vecchi. L’aspetto
del paesino comunque è lindo,
le vie e le case sono curate, le facciate rinnovate e la gente
è
cortese al massimo. Andiamo su e giù per le stradine
antiche,
che passano in mezzo a casine bellissime nel loro fascino
medioevale. Ci sono molti giovani e i segni esteriori sono di una
popolazione prospera e contenta. Ritorniamo al
posteggio dove abbiamo
lasciato il Riviera e partiamo alla ricerca di Che i locali
però chiamano Santi Marini,
così come la chiamava anche mia madre. Comunque, la
troviamo con una certa
facilità, nel senso che vediamo il cartello,
perché per il
resto credevo di avere le cose ben stampate nella memoria e
invece tutto è irriconoscibile, sulle prime,
perché è tutto
rinnovato o nuovo di zecca e poi le proporzioni: io ricordavo
tutto grande, invece è tutto piccolo. Però
rientrato nelle giuste dimensioni, ci
sono degli angoli riconoscibili. Naturalmente
l’emozione è forte. Ci si lascia
con la gente, i parenti alla
lontana che abbiamo incontrato, con l’impegno di rivederci e
di
telefonarci, almeno. Si parte, nel
pomeriggio alla volta di: Dove
intendiamo riposarci qualche giorno al
mare. Questo piccolo spostamento lo abbiamo affrontato senza
alcuna preparazione perché ci sembrava esagerato perdere
tempo
sulle carte per qualche decina di chilometri. Abbiamo deciso di
seguire le indicazioni stradali e il risultato è stato che
abbiamo complicato le cose perché le strade, tutte impervie,
girano per i campi verso le varie frazioni, spesso
l’indicazione
per Tropea significa fare la strada più lunga. Abbiamo
girato in
su e in giù tutto il pomeriggio, sotto un sole cocente e ci
siamo persino trovati a ripassare per gli stessi posti. Finalmente
abbiamo raggiunto veramente
Tropea, che non è sul mare ma sopra una parete che cade a
perpendicolo verso il mare e in questa parete bianca sono incise
scalinate e una strada, strettissima e con curve a gomito. I
nostri informatori, pensionati recuperati sulla piazzetta sotto
l’ombra
di un ficus benjamina gigante, ci hanno indicato proprio quella
stradina per scendere verso la spiaggia e i campeggi. Abbiamo
fatto numeri da equilibristi col Riviera per arrivare in fondo,
dove poi abbiamo appreso che la strada vera, agevole anche per i
camper, era un’altra! Tropea Comunque
arriviamo al
campeggio Camping
del Convento gestito dal simpatico Nando
nel tardo pomeriggio del 4 giugno e giungiamo proprio in tempo
perché apprendiamo che il campeggio è stato
aperto solo ieri.
La spiaggia è un nastro candido con una sabbia fine, quanto
basta per scrollarsela bene di dosso, bagnata da un mare azzurro
color cielo limpido di primavera. Ci dedichiamo
al riposo e alle passeggiate
nei dintorni e nel paese; turisti ce n’è pochini e
si
passeggia meravigliosamente, ma alla sera ci manca la gente sul
lungomare vuoto. Nel campeggio
però arrivano, nei giorni a
seguire, altri camper e ad un certo punto siamo nove mezzi
abitati. Ci sono stranieri ma anche italiani. Sono giorni
di vero rilassamento; nelle
passeggiate in paese, dopo aver scalato la parete altissima sulla
scala ricavata a fatica, scopriamo una vita dai ritmi tranquilli,
più umani e qualche interessante curiosità: per
esempio le
botteghe, al pomeriggio, aprono alle 18 e notiamo anche con
meraviglia che sulla piazzetta, dove avevamo chiesto informazioni
all’arrivo, ci sono degli strani alberi, bellissimi
però, e
guardando bene ci accorgiamo che si tratta di Ficus Beniamina,
che da noi vivono stentatamente in vasi di coccio nei nostri
salotti, sempre in preda alla cascola delle foglie. Poi ci
rendiamo conto che i ficus, anche di altro genere sono molto
comuni e costituiscono, assieme alle palme, l’alberatura
delle
piazze e delle vie. Scopriamo
anche, nel campeggio a fianco al
nostro, un bananeto carico di caschi di banane e questo ci fa
venire la voglia di averne una pianta da mettere in giardino:
già in passato ne avevamo avuto una che aveva fruttificato
banane piccole ma molto gustose. Poi una delle rare gelate in
Riviera, oltretutto prolungata per diversi giorni, aveva messo la
pianta fuori causa. Comunque
chiamiamo un uomo, risultato poi il
padrone del campeggio, che stava lavorando nell’orto e gli
chiediamo se ci vende un piccolo banano, ci fa cenno di andare
giù passando dall’entrata del campeggio e ci
dà un bella
pianta giovane con un’altra più piccola attaccata,
e tutto
gratis. Ringraziamo e sul camper rinvasiamo tutto
provvisoriamente in secchio. E abbiamo avuto un’altra prova
concreta dell’ospitalità di questa gente
meravigliosa. Tropea:
uno scorcio del suo mare trasparente Fino a
venerdì 7 ci dedichiamo a spiaggia,
passeggiate e soste all’ombra del campeggio, con Nando che ci
racconta storie di ogni genere e ci offre anche lui un banano,
per non essere da meno del suo collega; noi ringraziamo e
cortesemente rifiutiamo, per mancanza di spazio. Venerdì
mattina 7 giugno si parte per: Meta:
un’occhiata all’antico capoluogo,
ma soprattutto visita ai Bronzi
di Riace. Raggiunto lo stretto ci
emoziona vedere la Sicilia a portata di mano e da cui manchiamo
da troppo tempo. Ci andremo una prossima volta. Raggiungiamo
Reggio e grazie alla cortesia e
alle puntuali informazioni di un giovane troviamo con
facilità
il museo dove sono ospitati i Bronzi. Sono le 13,30, meno male
che c’è l’orario continuato. La vista dei
due guerrieri rinnova le
emozioni provate a Paestum: la cultura che c’è
dietro è la
stessa, e non occorre essere specialisti per vederlo: i guerrieri
non incutono timore ma piuttosto certezza e serenità, forse
per
l’armonia delle forme, per la rilassata
tranquillità che dà
la posa prassitelica delle due figure, che sembrano mostrarci la
plasticità dei muscoli più che la durezza del
metallo. Ci
dispiace solo di non poter fare né foto né
riprese tv,
severamente proibite Usciamo, si
pranza, ci godiamo un po’ la
splendida passeggiata, fiancheggiata da piante esotiche e si
parte verso il versante ionico della Calabria che ci è
sconosciuto. Pensiamo ancora di poter andare sulla Sila a San
Giovanni in Fiore, cosa che poi non faremo per non allungare
troppo il viaggio. Ci colpisce
il biancore della costa che
contrasta con l’azzurro del mare: c’è
una fantastica
bellezza dimenticata dal mondo,
facciamo chilometri senza
incontrare una macchina: sembra di essere alla fine del mondo,
eppure, ripeto, questi luoghi sono di una bellezza commovente. I
rari centri sono piccolissimi . Poi avvicinandoci alle
città,
come Catanzaro, il traffico aumenta e si arriva, con la coda, a
rimpiangere la solitudine di prima. Ci fermiamo
in uno dei tanti campeggi sul
mare attorno a Isola
Capo Rizzuto. Bel posto con una grande
frescura di pini e lecci e altre piante della macchia. Il
campeggio è enorme e vuoto: c’è solo
una roulotte abitata. Al
calar del sole si accendono le luci solo attorno alla Direzione,
per poi spegnersi anche queste: il buio è assoluto e fa
paura,
facciamo il numero del campeggio ma non risponde nessuno;
riusciamo a tranquillizzarci pensando che si può sempre
chiamare
il 113. Al mattino
protestiamo vivacemente col
custode, che si prosterna in scuse, dicendoci che non ha
funzionato il timer. Ce ne andiamo delusi e scontenti, niente
affatto convinti dalle spiegazioni, anzi noi siamo quasi sicuri
che il custode abbia spento le luci quando se ne è andato
(cosa
già fuori regola: qualcuno deve rimanere nella notte al
campeggio, per non lasciar soli i mal capitati ospiti!). A Crotone non
deviamo verso la Sila:
rimandiamo a un’altra volta. A Metaponto
giriamo verso sinistra e ci
incamminiamo per: dove
giungiamo nel pomeriggio di sabato 8 e
troviamo ad attenderci una guida, un libero professionista che ci
mostra tutte le carte, noi però siamo contrari alle guide,
il
giovane insiste con decisa cortesia. Per fortuna arrivano altri
visitatori, una famiglia di Reggio, composta da madre padre e un
bambino di 7 ani; hanno fretta perché stanno andando in
vacanza
in Germania. Anche loro sono contrariati dalla presenza della
guida, poi si sceglie di stare assieme e dividere la spesa. Ci
incamminiamo a piedi verso i sassi, sempre un po’ tutti
contrariati però, per non essere riusciti a sganciarci dalla
guida; il giovane Cicerone però si rivelerà
necessario perché
ha le chiavi di alcune chiese e locali altrimenti non visitabili. Fa molto
caldo lì tra i sassi e al sole non
si resiste, nonostante sia appena l’8 giugno. Scopriamo
con stupore che i sassi sono
abitati in una zona della città e che se ne scavano,
addirittura,
di nuovi. Ci viene detto che queste case, scavate nel tufo, che
Carlo Levi descrive
come tuguri abitati da famiglie poverissime,
spesso assieme agli animali, oggi sono abitati dalla media
borghesia e da professionisti! Certo da buchi maledetti e malsani
sono diventati, per dichiarazione dell’ONU, patrimonio
dell’umanità!
E sembra incredibile questo cambiamento di concetto nel giro di
pochi decenni. Partiamo,
è sempre sabato 8 e alle 19 si
arriva a: Giovinazzo
(Bari),
un bel paesino sul mare
con molte attrezzature turistiche. Anche il campeggio è
bello,
pieno però di stanziali. Ma è molto meglio qui
che la
solitudine buia del bosco di Isola Capo Rizzuto. Per me però
questo centro ha un pregio in più: si chiama come la mia nonna
paterna. Alla sera si
va un po’ in giro ed è pieno
di gente fuori e nei locali, nelle pizzerie. Certo è sabato
e si
è molto vicini a Bari, una grande città del sud. Si parte
Domenica mattina, 9 giugno, via
Foggia, poi sull’Adriatico, Termoli e su fino a Porto
san Elpidio, nei pressi
di Civitanova
Marche, da dove c’è la deviazione per Assisi, che
sarà la
nostra prossima tappa. Troviamo a Porto San Elpidio un grande
campeggio, con animazione e spettacoli serali, già in atto
nonostante la stagione sia appena all’inizio. Purtroppo, il
tempo si è guastato, piove per cui il verde, gli alberi e il
mare con la spiaggia non siamo in grado di apprezzarli: peccato,
perché ci saremmo fermati volentieri un giorno o due in un
villaggio turistico così bello e attrezzato! Lunedì
10 giugno si parte verso: per questa
importante visita alla celebre
città di Francesco, ma meglio sarebbe stato se
all’atto di
partire avessimo trovato tutt’e quattro le gomme sgonfie, e
presto vedremo perché. Ad ogni modo si va, la strada
è bella
subito: è una superstrada, ma poi diventa un budello che va
su e
giù per l’Appennino. Si arriva in
Umbria e le montagne diventano
colline morbide, verdi e gialle di colza e poi d’improvviso
ci
sono incendi di papaveri rossi come non ne vedevamo da anni: la
Lia fa foto e riprese tv; ci fermiamo anche per guardare, godere
di tanta bellezza e fare le riprese che serviranno a farci
ricordare e ad annoiare gli amici. Assisi:
porticato e panorama
visti dalla Basilica Poi si arriva
nella città perla del turismo
religioso, non solo in Italia. Ci stupisce di vederla lassù
in
cima alla collina: io, per lo meno, me l’ero immaginata
adagiata su si un’ondulazione più che su un alto e
aguzzo
colle. Si sale per le strade che presto diventano stradine per il
Riviera. Si va a cercare un campeggio che indica la guida,
imbocchiamo una strada che ci pare troppo stretta e si stringe
ancora ma del campeggio non c’è l’ombra
e se incontriamo un
mezzo grosso come il nostro in discesa son dolori. Si decide di
virare appena possibile e al primo slarghino si gira, manovrando,
naturalmente; per terra si vede ma in alto c’è la
chioma degli
alberi, la Lia è sulla strada a fare segnali, io cerco di
togliere l’ingombro al traffico il più presto
possibile, ed
ecco che la manovra si può dire conclusa, la Lia sale,
ancora un
colpo di volante e siamo in linea con la strada per tornare
indietro, ma prima di raddrizzarci completamente sentiamo uno
schianto verso l’alto: cosa c’era in mezzo ai rami
fronzuti?
Scendiamo a guardare: niente, il camper non ha niente! “Che
c…”
ci vien da dire. Scendiamo,
usciamo da Assisi e vediamo un
parcheggio per auto camper e corriere segnalato dalle targhe
stradali. Seguiamo la segnaletica e dopo poco si arriva in una
valletta (sotto il convento dei frati, cioè a fianco della
basilica) e c’è un enorme parcheggio vuoto
praticamente. “A
cinquecento metri c’è il convento dei frati e la
basilica di
San Francesco” recita un avviso grosso come una casa e di
fatti,
uscendo dal parcheggio è tutto a vista, imbocchiamo la
stradina,
ma prima…… salgo sul tetto per vedere se proprio
eravamo
stati fortunati, dopo essere stati
sbadati………No, non
eravamo stati fortunati come avevamo creduto, perché un
lungo e
profondo squarcio segnava il tetto della mansarda: la lamiera era
tagliata e aperta per un metro e mezzo! Dato che il tempo
minacciava pioggia mi sono messo a fare una riparazione
d’emergenza,
di quelli che a Genova chiamiamo tappulli, con fogli di nailon
trasparente e abbondante scotch. Poi,
finalmente siamo andati a vedere
Assisi e le sue tre basiliche una sopra all’altra. Abbiamo,
naturalmente, fatto foto e riprese tv ma, nonostante la
dissimulazione, eravamo fortemente incazzati. Senza tregua,
si parte per: Castiglione del Lago.
E, dato che siamo di strada, si passa dalla fabbrica della
CI (Caravan
International), costruttrice del nostro Riviera 160. Vogliamo
conoscere l’entità del danno in soldoni e la
sorpresa è
ancora più grossa di quanto ci aspettassimo: cinque milioni
in
vecchie lirette! Il lavoro ce lo farà poi il Concessionario
Pons,
a Genova, per tre milioni e, in questo disastro, riusciremo
persino ad essere contenti perché alla fine avremo
risparmiato
due milioni, sempre di vecchie lirette, spendendo solo (!) 1.500
Euro, che dette così sembrano veramente poche! Arriviamo per
l’ora di cena, al Listro
Camping, ma restiamo delusi per il fango e la palude che non
permettono di godere del lago e nemmeno del campeggio: bisogna
venirci, come abbiamo già fatto, durante la stagione secca.
Dopo
cena facciamo il solito giretto sul lungo lago. L’indomani,
martedì 11 giugno, si sale verso: dove
arriviamo verso le 18. Pisa è un posto
dove facciamo sempre tappa (Camping Torre pendente) quando si va
a sud. Si fa il sottopassaggio che attraversa la stazione di San
Rossore e si va a Piazza dei Miracoli, poi al ritorno si fa un
salto ai supermercati che sono lì a fianco al
sottopassaggio,
soprattutto al Pam, perché vendono un passito fenomenale e a
prezzo modico. Il campeggio
è tutto all’aria perché
fanno la piscina e i prezzi sono già raddoppiati. Mercoledì
12 giugno ritorno a casa, a: Voltri, pronti
a raccontare avventure e disavventure ad amici e parenti e a
studiare, intanto, un altro
viaggio.
|
I miei libri